Solo il meglio


Ho una figlia bellissima, si chiama Arianna.
Non le ho mai fatto mancare niente, per lei voglio il meglio.
Le compro sempre i vestiti piu' belli, lei e' la mia bambolina di porcellana: occhioni scuri, riccioli biondi e l'incarnato fine che ha preso dalla sua povera mamma.
Arianna e' anche una bambina molto intelligente e seria: passa le sue giornate a leggere libri chiusa nella sua stanza, non esce mai a giocare con i figli cafoni dei vicini, sa bene che a una signorina come lei non si addice correre per la strada e saltare, magari facendo svolazzare il vestitino e mostrando le sue bellissime gambe di madreperla.

Educarla e farla crescere da solo non e' stato facile.
Tutte le mattine quando la lasciavo davanti a scuola ero terrorizzato da quello che poteva succederle: gli sguardi lascivi dei bidelli, le attenzioni subdole e meschine degli insegnanti, i giochi perversi dei suoi compagni cresciuti in fretta e male davanti alla televisione.
Non potevo farcela, non senza averla sotto controllo, dovevo proteggerla da tutto il male di questo mondo marcio.
Cosi' da cinque anni Arianna non va piu' a scuola: io ho un lavoro che mi permette di stare a casa molte ore al giorno e le do' io lezioni di italiano e matematica. E' tutto quello che le serve per essere felice.

Da quando la sua mamma, riposi in pace, ci ha lasciati dieci anni fa, il mio unico scopo nella vita e' stato evitare che qualcuno potesse farle del male e farla sentire amata.
Non e' difficile amare Arianna, e' una bambina dolce, timida e docile.
Non ha mai protestato quando ho dovuto punirla perche' non aveva preparato la lezione del giorno: lei si china, si sfila le mutandine e mette le mani sul capo, in attesa che io le somministri la sua punizione.
Il mio orgoglio e' la sua educazione: non alza mai la voce, non mi ha mai risposto male e sa come ringraziarmi per il mio amore e la mia dedizione. La mia principessa sa che quello che faccio e' per il suo bene, anche le punizioni.
Come tutte le sere dopo cena l'aspetto nella sua camera, e' ora di interrogazione.
Lei sta leggendo, come sempre tutta seria, non sorride mai, forse per paura di risultare sgraziata.
La prendo in braccio e me la metto sulle mie ginocchia, poi comincio a chiederle gli ultimi teoremi che ha studiato. Questa volta non sbaglia una risposta, merita un premio: la bacio dolcemente e l'accarezzo, mentre la faccio scendere dalle mie gambe e le guido la testa per permetterle di giocare col suo giocattolo preferito.
Ho una figlia splendida, intelligente e bellissima, per lei voglio solo il meglio.