Faro` il pompiere!!!


Non sono mai stata troppo nella norma, neanche da bambina.

Le mie compagne di scuola, alla domanda "cosa vuoi fare da grande?", rispondevano immancabilmente: l'infermiera, la ballerina, la maestra; le piu` audaci azzardavano risposte come l'avvocato o il dottore.
Io ho cominciato a dare preoccupazioni da subito, la prima volta che mi hanno chiesto cosa volevo fare da grande, ho risposto senza esitazioni: "il Papa".
Non credo che fosse risultato di particolare vocazione religiosa unita ad ambizione temporale, quanto, piu` che altro, un desiderio indispettito di rivalsa dovuto all'invidia per i miei compagni di classe.
Loro potevano fare i chierichetti, protagonisti e angelicati ai lati del prete, mentre a me era stato proibito, solo ed esclusivamente per il trascurabile dettaglio di una ridicola appendice mancante tra le gambucce.

Poi ho cominciato a leggere. Di tutto. E` stato l'inizio della fine.
Nel paio d'anni successivo, alla domanda fatidica assumevo un'aria da diva del film muto anni '30, volgevo gli occhi al cielo e sospiravo "Mi piacerebbe fare la scrittrice, ma sto avendo un'infanzia troppo felice".
Alla richiesta di spiegazioni citavo Jo di "Piccole donne", che in un passo del libro sostiene che sia necessario avere un'infanzia sofferta per diventare bravi scrittori.
La letteratura aveva fatto i primi danni.
Lo stadio successivo e` stato un piu` prosaico e sbrigativo " la bibliotecaria".
La prospettiva di leggere tutti i libri che volevo senza pagare, anzi, essendo pagata per stare tra tutta quella cellulosa trasudante storie,mi esaltava.
Consideravo come alternativa possibile solo l'essere possidente di una libreria tutta mia.
L'idea di poter leggere indisturbata a qualsiasi ora qualsiasi libro mi passasse per la testa mi eccitava letteralmente!
Non avrei piu` dovuto nascondere libro e torcia elettrica sotto il materasso, per poter leggere sotto le coperte dopo che mia mamma era venuta a darmi la buonanotte e a controllarmi: "Ma come? Ancora sveglia? Lascia quel libro e dormi!". "Si`, mamma" tanto sotto il materasso avevo quello di scorta.
Negli anni successivi la colpa delle mie aspirazioni professionali e` da imputare alla lettura della biografia di Heinrich Schliemann, lo scopritore di Troia.
Volevo fare l'archeologa!
In realta` piu` che i reperti in se stessi, mi interessava lo studio preliminare delle civilta`, l'avventura del viaggio e, considerando che sfioravo ormai l'adolescenza, la prospettiva di incontrare anche io il mio "tesoro greco".
Mia madre mi dissuase da questi propositi con un discorso inoppugnabile: per fare l'archeologa avrei dovuto avere fondi da investire o, per lo meno, dei generosi mecenati, ed era presumibile che non ci sarebbero stati ne` gli uni ne` gli altri.
I miei sogni di reperti impolverati si infransero contro il lucido e vile denaro.
A parte questa parentesi archelogica, per il resto ero definitivamente segnata dai libri (a volte anche fisicamente, grazie a mio padre che non voleva farsi male picchiandomi a mani nude).
Giornalista, scrittrice, editor, copy writer, erano tutti termini che dai 16 anni in poi mi procuravano orgasmi intellettuali.
Potevo ancora sognare.
Dopo due anni la resa dei conti: la scelta dell'universita`.
Io, coerente, volevo fare il DAMS o almeno una scuola di giornalismo, il genitore, castrante, sentenzio`: "Una laurea seria, ti devi prendere una laurea seria, poi puoi fare quello che vuoi! Guarda De Crescenzo: lui e` laureato in Ingegneria".
E quello era il suo sogno segreto: la figlia 'ngegniera!
Concedeva magnanimamente nella rosa delle lauree serie anche economia e commercio e medicina.
La crisi!!! Che c'entravano quelle facolta` con le mie vocazioni?
Scelsi il presumibilmente minore dei mali.
Oggi compio cinque anni dalla mia laurea.
Ho fatto, faccio e, temo, faro` lavori che non c'entrano niente con la chiesa, con i cocci e la polvere, ne` tantomeno con la carta, l'inchiostro e le idee che vi fioriscono.
La mia laurea, il mio lavoro poco importano.
Quello che importa e` che ancora oggi posso salvarmi da tutto questo prendendo un libro e, lasciandomi vivere in esso, avere un altro nome, un'altra storia, fare qualsiasi lavoro, anche la scrittrice, se mi va.