Prima pagina.
Titolo: Disastrosa bufera rade al suolo una casa.
Sottotitolo: Tutto cio` che resta e` un panorama mozzafiato.
E` cosi` che a volte penso che dovrebbe succedere alla mia storia, un
evento tragico o comunque drastico, ineluttabile che cancelli tutto,
per permettermi di ricominciare, per costringermi a farlo.
L'importante e` che si tratti di un evento esterno, di qualcosa che
poi raccontandolo agli amici io possa dire "e` successo... succede",
con il tono di chi "io ci avrei provato ancora, non e` stato un MIO
fallimento".
Si` perche` e` quello che brucia, che rode, che rompe, che frena: lo
spettro del fallimento, l'ennesima storia che non funziona e "poverina
e` di nuovo sola" o "questa nipote mi rimane zitella".
Anche la paura impastoia e violenta la mente: la paura che, se elimino
dalla mia vita tutto questo, cio` che rimane mi mozzera` il fiato, ma
non per la bellezza, quanto per asfissia.
Invece un bell'evento esterno che sollevi me dalle responsabilita` e
lui dall'accusa di bastardaggine: che mi lasci lui non e` contemplato,
si genererebbe un perverso meccanismo infantile, come quando mia mamma
dava via i giochi che non usavo piu` e per me diventavano improvvisamente
i piu` belli del mondo.
Si`, qualcosa di inatteso, impensato, qualcosa che ci sorprenda al punto
da dover riconsiderare ogni azione, ogni parola. Un bel repulisti: zero
a zero e palla al centro.
E` faticoso pensare a queste cose, e` stancante, piu` che doloroso,
cercare di prendere una decisione: stare o lasciare, che di raddoppiare
non succede mai.
Oggi sono piu` stanca del solito.
S. Valentino e` passato facendo piu` danni di Capodanno, i botti ci
sono stati e pure i feriti.
Il solito opportuno ristorante prenotato da troppo tempo per poter pensare
di non andare, che nonstabene e nonsifa, e allora si procede ad adeguate
trattative di pace - o tregua? - e si va.
Non abbiamo molto da dirci e quello che dovremmo non e` adatto, forse,
ad una cena di S. Valentino, o comunque ne` io ne` lui abbiamo voglia
di affrontarlo.
A vederci da fuori siamo quasi invidiabili: ci scambiamo tenerezze,
ridiamo spesso, giochiamo, fino a che.
Fino a che uno dei due non dice o fa qualcosa di sbagliato, che non
e` mai la stessa, mai catalogabile, mai riportabile a difetti precisi
o conosciuti. Anzi. Anzi, i difetti si costruiscono, le pecche si ricamano,
le colpe si imbastiscono, come nel percorso numerato della Settimana
Enigmistica, solo che noi non abbiamo neanche i numerini, solo questi
stramaledetti puntini e non sappiamo come fare per giustificare il fastidio
che ci provocano e allora via di olio di gomito e sudore di matita a
disegnare elefanti volanti recanti travi che ci irritano gli occhi.
Anche ieri sera.
E` buffo, non ricordo neanche come e` cominciata, cioe`, non ricordo
le parole, i contenuti, ma le modalita` sono sempre quelle.
Ad un certo punto e` come quando hai i conati di nausea improvvisi,
di quelli che non ti danno il tempo di arrivare fino in bagno: c'e`
qualcosa che mi infastidisce, che mi ferisce e non faccio in tempo ad
analizzarla, capirla a volte, che gia` vedo - si`, le vedo - le parole
che escono fuori dalla mia bocca e vorrei poter mettere le mani davanti
e fermarle o raccoglierle e rimetterle dentro, ma continuo a parlare
imperterrita e il processo e` violentissimo, piu` dico cose in cui non
mi riconosco, che non condivido e piu` mi viene da alzare la voce e
continuare a parlare, come se cercassi di pulire, nascondere una macchia
stofinandola col fango.
E mi guardo vomitare parole acide, con uno sguardo da bambola di porcellana
innocente e stupito, cosi`, come se non fossi io, tanto che un po` mi
biasimo e mi faccio pena.
Da quel momento in poi e` puro sforzo creativo: giustificare il fastidio,
il dolore, la reazione, le parole, il modo.
Trovare una soluzione per rendere tutto questo comprensibile e accettabile
a lui e a me, soprattutto a me.
Forse se capissi l'origine di questi eventi questa storia non sarebbe
poi tanto male, ma succedono, sempre piu` spesso e io non so come fermarli.
Il resto non e` poi cosi` terribile, anzi.
Anzi. Poi si china, mi avvicina il naso al collo e mi dice: "Buono questo
profumo", e io "Non porto profumo", e lui "Allora sei tu che sai di
buono".
Allora siamo noi che sappiamo di buono.
Sei
- Non commettere atti impuri
Ci sono una serie di domande
che mi faccio spesso, a prescindere da quello che accade nella mia
vita, cosi`, per puro spirito di speculazione, per curiosita` e perche`
le domande mi tengono viva.
I bambini hanno il segreto: la vita nasce dalle domande, punti di
partenza per luoghi di ogni genere, germogli di scoperte, conoscenza.
Le risposte ti fanno arrivare, ti fermano, uccidono l'interesse.
Credo di aver assimilato questa cosa bevendola insieme al latte materno,
perche` la mia testa e` piena di domande da sempre, le risposte invece
mi annoiano, a volte non le ascolto neanche.
Le domande sono cosi` tante che a volte me le dimentico, magari le
piu` importanti, tipo quando vai a fare la spesa e ti scordi di prendere
proprio l'unica cosa che ti serviva veramente e invece ti ritrovi
il carrello pieno di stupidaggini bellissime e divertenti, ma inutili.
Una delle domande che mi faccio piu` spesso e` se davvero le crisi
in una storia d'amore la facciano evolvere, crescere, se insomma funzioni
come quando da piccola avevo la febbre e mia mamma mi diceva che mi
avrebbe fatta diventare piu` alta.
Tutti dicono di si`, robe come "l'amore non e` bello se non e` litigarello"
e "bisogna discutere, litigare, confrontarsi, altrimenti non si comunica".
Secondo me sono stronzate. Sono toppe colorate messe li` per non far
vedere il buco, che magari e` pure piu` interessante, ma guai a mostrare
quello che lascia intravedere, la pelle nuda fa paura.
La verita` e` che ogni volta che si litiga, che si discute, che ci
si tratta male si rompe qualcosa, un qualcosa di piccolissimo e intangibile
guadagna una crepa ed e` una crepa che rimane cosi`, aperta, che non
rimargina, come le rughe: e` il segno dell'invecchiamento del rapporto
e non ci sono creme o trattamenti estetici che tengano.
Noi non litigavamo mai. Mai.
Non ce n`era bisogno per confrontarsi, per comunicare.
Noi parlavamo.
Tanto, di ogni singola piccola stupida puttanata.
Parlavamo fino a notte fonda e finivamo per addormentarci con un sorriso,
sempre piu` vicini, sempre piu` saldi, sicuri di un amore che respirava
parole buone, parole utili e piene di significati.
Parlavamo di noi, degli altri, delle cose che non conoscevamo e di
quelle che sognavamo.
Usavamo parole nostre e quando non bastavano le prendevamo in prestito,
ci leggevamo poesie, libri, manuali di ricette.
Ci stordivamo di parole ed erano tanti viaggi in piccoli microcosmi
di disponibilita`, perche` dare a qualcuno le tue parole lo rende
potente, capace di deliziarti o farti soffrire.
Noi ci toccavamo.
Tanto, in ogni singola piega della pelle.
Passavamo ore su di un letto a giocare ai piccoli esploratori, saggiando
reazioni, scoprendo grane di pelle differente, svelando trame di immaginazione,
muovendoci su terreni sconosciuti eppure ospitali, scovando piccole
oasi di terminazioni nervose, tuffandoci in pozze di novita` divertenti.
Mangiavamo poco, bevevamo i nostri umori, sudore e saliva, respiravamo
la nostra pelle, ci illuminavamo nella scoperta degli odori, nel riconoscerci
fusi insieme nel tessuto delle lenzuola, nel trovarci esaltati e impreziositi
nella stoffa dei cuscini.
Non ci bastavamo mai, avidi e avari, cercavamo di non perderci nulla:
non un sospiro, non un movimento, non una smorfia, non un ricordo,
perche` era emozione anche solo il giorno dopo rivivere i flash back
della nostra pelle mischiata e raccontarseli, come se fosse un'altra
storia, con altri protagonisti, per rinnovare l'emozione dandole una
fodera nuova.
Tutto era nutrimento e concime, vivevamo in overdose costante di sensazioni.
Noi, allora.
Noi, adesso.
Sappiamo di buono, si`, ma e` un buono fatto di storia, di passato,
quanto ci sia di presente e` impossibile dirlo, abbiamo troppa paura
di togliere la vernice, grattare via la crosta e scoprire se il legno
sotto ha tenuto, o se sono solo tarme che una volta tolta la pellicola
superficiale, si disperderanno nel terreno come un soffio.
Siamo andati a casa sua ieri sera poi: ci incendiamo e bruciamo e
tagliamo con facilita`, ma si sa`, le ferite da lama sul momento non
fanno male, non le senti neanche, e noi siamo diventati bravissimi
a nascondere anche il sangue.
Ci siamo spogliati e messi a letto con gesti ormai consolidati, niente
che turbi quel velo di tranquillita` che ogni tanto riusciamo a stendere,
sfiniti piu` che pietosi.
Si e` avvicinato, mi ha abbracciata e ha rispolverato un vecchio gioco,
fingendo di mangiarmi un orecchio, ho riso - non so quanto in modo
autentico -, ha preso il gesto come un lasciapassare, si e` mosso
sicuro, tranquillo, sulle tracce dei vecchi piaceri.
Il mio corpo ha fornito risposte.
La mia testa ha continuato a farsi domande.
Sette
- Non rubare
Stamattina mi sono svegliata
leccando via una lacrima che aveva deciso di solcarmi il viso, autonoma.
Si`, perche` non ero per nulla triste.
Mi capita, regolarmente direi, di svegliarmi con uno stato d'animo,
con un umore ben definito, di solito senza sfumature di grigio:
o angosciata, quasi depressa, o euforica.
Paradiso o inferno insomma, che il purgatorio lo sanno tutti che
non esiste, come le mezze stagioni.
Stamattina invece mi sono svegliata stranamente serena, in una specie
di limbo umorale, tranne per quella lacrima indiscreta.
E` una sensazione strana quando succede: senti questo sentierino
umido che si fa strada sulla pelle del tuo viso e ci metti anche
un po` a realizzare che stai piangendo.
No, non si puo` neanche dire che si pianga in questi momenti: piangere
e` lineamenti contratti, gola strozzata, pugni stretti, mentre questo
e` solo acqua dagli occhi.
Insomma, stamattina non ero triste, ne` arrabbiata, ne` tantomeno
amareggiata o arrabbiata.
Ero. Semplicemente. E non e` cosa facile.
Per una come me abituata ad analizzare, a studiare, capire, definire,
sezionare, il tempo di essere e basta non arriva mai.
Mi sono chiesta varie volte quale potesse essere la mia definizione
di felicita`, che a quelle universali non riesco ad adeguarmi, senza
darmi risposte valide.
Valide per me per lo meno, alla gente basta poco, in fondo. Forse
anche loro trovano piu` importante porre le domande che non ascoltare
le risposte.
Credo che per me la felicita` sia l'assenza di pensiero: quei rarissimi
spicchi spazio-temporali in cui sono. Quando sono fatta solo di
pelle e terminazioni nervose ed emozioni e pelle d'oca e peli ritti
per i brividi lungo la schiena, o sorrisi sinceri e inattesi, o
coagulo caldo nello stomaco, fuochi facui traditori sulle guance
o ancora liquido tiepido che scivola dalla gola fino alle gambe
o viceversa e poi battiti accellerati e discontinui.
Ecco, in questi momenti forse sono e sono felice.
Come quando, appena dopo essere arrivata in ufficio, mi e` apparso
un sms sul cellulare: "mi sono ricordato che ti dovevo mandare baci
da tempo". Mentre lo leggevo e` fiorito un sorriso sulle labbra
e partiva da dentro, di quelli che neanche le mani sulla bocca possono
nascondere perche` tanto strabordano dagli occhi che si accendono,
da ogni poro della pelle che si arriccia di piacere e diventa piu`
luminosa.
Forse quello che mi manca, quei vuoti di cui avverto la presenza
costante, netta, e` proprio questo: l'imprevisto, l'inaspettato,
la sorpresa che non mi dia il tempo di pensare e mi permetta di
essere.
Capisco di chiedere tanto: ancora emozioni improvvise e gioie inattese
dopo anni, in un rapporto consolidato, con le sue leggi e i suoi
bravi piedini disegnati sul pavimento, come nelle lezioni di danza.
Ma non riesco a rassegnarmi, non capisco quando e` stato e come
sia potuto succedere che mi abbiano tolto da sotto il naso i pacchetti
che erano sotto l'albero.
Non voglio smettere di credere a Babbo Natale, gia` il Principe
Azzurro mi ha lasciata vedova prematura.
Voglio ancora parole morbide, da accarezzare, e presenze regalo
e assenze non volute, ma inevitabili, con optional di nostalgia
da succhiare insieme; voglio ancora baci nello stomaco e carezze
pulsanti nelle tempie.
Non credo che ci siano colpe o responsabilita`, ma non voglio neanche
credere che cosi` sia normale, che debba essere cosi`.
Mentre tornavo a casa in macchina ho acceso la radio, cosa che ultimamente
non faccio mai, per non disturbare i miei pensieri.
"... che l' oggi restasse oggi senza domani
o domani potesse tendere all' infinito
e lo vorrei
perchè non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io... "
C'era Guccini. La nostra canzone.
Non una canzone a caso, che sarebbe stato meglio perfino il rosario
su Radio Maria, no, la nostra canzone.
La canzone.
Si`, perche` di nostre canzoni ce ne sono tante quanti sono stati
i momenti da ricordare, ma quella e` speciale, c'era lei di sottofondo
quando tra le lacrime e` spuntato un "ti amo", quando per un solo
singolo e speciale attimo ho potuto credere e sentire, senza domande
e senza risposte, che le prime erano svanite e le seconde inutili.
Forse posso riprendermi quello che mi e` stato rubato, si tratta
solo di capire dov'e` il bottino, il ladro non conta.
Otto
- Non dire falsa testimonianza
Troppe sigarette stasera.
Ho guardato il posacenere e mi sono quasi spaventata, chissa`
quante ne ho fumate senza neanche accorgermi, cosi` per riflesso
condizionato: una per ogni nuovo filone di pensieri.
Sono seduta sul letto: cellulare accanto, nella speranza che l'sms
di stamattina non fosse figlio unico; posacenere e accendino abbastanza
vicini da non dover rilevare coscientemente il loro utilizzo;
libri letti a meta` impilati intorno in ordine di momentanea simpatia;
carta e penna, volevo scrivere, ma sono stata capace solo di riempiere
il foglio di scarabocchi psichedelici; una bottiglia d'acqua accanto
al letto, la mia coperta di Linus; pensieri sparsi, persi e sperduti
un po` in giro, come i capelli che mi ritrovo attaccati al cuscino
la mattina, un distacco che non avverto neanche, come se non fossero
mai stati miei.
Questo e` il mio accampamento, la mia cuccia stasera: televisione
accesa col volume tutto abbassato, dama di compagnia post moderna,
stereo sintonizzato su una radio qualsiasi, che non e` la musica
che importa, ma sentire delle voci in questa casa sempre vuota.
E` la sera degli inventari, del celomanca, delle decisioni importanti
mai messe in pratica.
Ultimamente e` diventato un appuntamento fisso con me stessa,
forse perche` non ho alternative migliori tra cui scegliere.
Il cerimoniale e` sempre lo stesso: arrivo a casa, mi spoglio,
mi preparo qualcosa da mangiare, me lo porto a letto e poi, metodica
e rilassata, comincio a grattarmi con le unghie sotto pelle, giu`,
in fondo, per capire a quanti gradi di verita` posso arrivare.
La verita`.
In questa storia la verita` e` la vera protagonista: noi siamo
sempre onesti, sinceri, ci diciamo tutto e lo facciamo fuor dai
denti, anche quando questo significa ferire, litigare una volta
in piu`, offendere.
Abbiamo sempre creduto che non raccontarsi menzogne a lungo andare
paga: stiamo ancora aspettando, forse.
Quanto a me, beh, forse qualcuna me la dico, cosi`, per darmi
un contentino ogni tanto.
O forse non sono neanche bugie, sono solo forme diverse di realta`,
un po` piu` morbide, meno taglienti, a volte confuse, spesso interpretabili,
per lasciarmi uno spazio, una via di salvezza.
Mi racconto che i miei moti di rabbia sono dovuti alla sua carenza
di attenzioni, che non si preoccupa e non si occupa di me, che
e` egoista.
Forse e` vero, ma e` vero anche che sono stanca.
Le stesse cose mesi fa mi avrebbero fatto sorridere condiscendente,
o al limite mi avrebbero spinta a parlargliene poi con calma.
Mi dico che non fa troppa differenza se c'e` o non c'e`, che tutto
sommato sto bene anche da sola.
Ma e` come quando si e` a dieta: magari mangi abbastanza da essere
sazio, ma questo non vuol dire che tu sia soddisfatto. Io, da
sola, sono semplicemente sazia, quando sono con lui mi sorride
anche l'ombelico.
Giustifico il mio rimanere con lui con la speranza che torni ad
essere la persona di cui mi sono innamorata, perche` e` palese
che e` lui ad essere cambiato, ad essersi chiuso, allontanato.
E io? Io che non controllo piu` le parole e non sono piu` capace
di sorridere e aspettare, che non ho piu` forza nelle mani e coraggio
nelle scarpe.
Ma forse la falsita` piu` grossa che mi racconto e` che abbiamo
bisogno di definire il nostro rapporto.
Che abbiamo bisogno di prenderci un impegno chiaro, evidente.
Che ci vuole un nastro di un colore preciso che ci tenga legati
insieme.
La tesi e` che se ci fosse questa insegna sulle nostre teste io
mi sentirei meno insicura e avrei meno bisogno di conferme e attenzioni,
che forse pretenderei meno, sarei piu` rilassata, sapendo di essere
voluta, di avere un "contratto".
Stronzate.
E` come quando hai la dispensa o il frigo pieni di barattoli di
conserve: solo se non sai cosa c'e` dentro hai bisogno di metterci
sopra un'etichetta, altrimenti ti basta guardare attraverso il
vetro.
Noi ci siamo offuscati, oppure non so piu` cosa c'e` dentro.
Squilla il cellulare: so gia` che e` lui e potrei quasi mettere
per iscritto quasi tutto quello che ci diremo.
Buonanotte.
Da quando e` diventata cosi` irrilevante per il mio sonno la sua
buonanotte? Forse da quando cio` che sento ha deciso di andarsene
in letargo: inutile augurare la buonanotte a chi dorme gia`.
E` un'altra bugia: se non chiamasse mi ferirebbe.
Pero` ora che lo ha fatto quasi non mi importa.
Funzionano solo i negativi delle nostre foto, ultimamente.
Nove
- Non desiderare
E` gia` venerdi`
e io no.
Nel senso che non sono affatto nello stato d'animo da fine settimana.
Non mi sento per niente in aria da vacanza, forse e` solo mancanza
di sonno: i pensieri a me fanno lo stesso effetto del caffe`
e dopo la serata inventario ieri ho fatto una fatica tremenda
ad addormentarmi.
Stamattina avrei voluto dormire ancora, poi mi sono detta "dai
che e` l'ultima, domani si dorme" e ho strisciato fino al bagno,
dove ho potuto constatare, guardandomi allo specchio, che non
mi prenderanno mai ad esempio per una pubblicita` delle merendine.
Ma d'altra parte, chissene.
Sono una lagna, lo so.
Non sono forse mai uscita dallo stadio ofelia dell'adolescenza:
mi crogiolo ancora nei miei dolori raccattando polvere in giro
con il lungo strascico nero. Bisogna che trovi qualcosa contro
cui farlo impigliare.
Dovrei imparare a prendere le cose con piu` filosofia, ad aspettarmi
di meno, a preoccuparmi di meno.
Ci pensero` lunedi`.
Oggi sono concentrata sul viaggio di domani: andiamo a trovare
degli amici che stanno ad un centinaio di chilometri.
Saremo io e lui in macchina. Niente persone, o computer, o televisione
che fanno alternativamente da riempitivo, paravento, filtro.
Continuo a pensarci e a immaginare possibili discorsi da intavolare,
a cercare parole air bag per non farsi troppo male.
Mi riempio la testa di se e speriamo che.
Dovrei smetterla.
Smetterla di passare il tempo in una dimensione parallela al
nostro rapporto in cui vivono in un'insana confusione i miei
vorrei e gli avrei voluto, le temute proiezioni dei "se continuiamo
cosi`", i paragoni con cio` che eravamo o avremmo potuto essere:
la terra degli imperfetti, intesi come tempi verbali e non solo.
Nei rari momenti in cui vengo a patti con me stessa riconosco
che questo e` l'uomo che ho scelto e che, essendo io profondamente
schizzinosa, non deve poi essere cosi` male.
Non e` poi cosi` male.
La gente mi annoia, per la maggior parte, spesso mi infastidisce,
altrettanto spesso mi risulta trasparente.
Lui no. Noia no, proprio mai.
E senza fare nulla di particolare.
E` vero, ci sono cose bellissime che non vivono piu` qui, come
quando i figli vanno all'universita`.
Andando in ufficio oggi, mentre ero ferma ad un semaforo rosso
mi e` tornata in mente un'immagine vivida e dolorosa come uno
schiaffo: noi due che, per gioco, ma un gioco da adulti, sfruttavamo
ogni semaforo rosso per baciarci.
Non e` la prima volta che un'immagine come questa mi lascia
quasi senza respiro, e non sara` l'ultima.
Noi che passiamo un giorno intero in un letto, lui che dice
"dovremmo fare piu` vita sociale" prima di affondare dentro
di me; io che non so impedirmi di sorridere solo perche` mi
accarezza una mano mentre siamo fuori con amici; noi che inventiamo
storie e diamo i nomi ai figli che forse non avremo mai, nudi
nel letto e giocando a farci ridere; noi che ci facciamo stare
bene.
Sono come istantanee, cartoline di luoghi visitati, scovate
in un vecchio cassetto. Solo che in quei posti io non ci posso
tornare. E in quei posti e` con l'uomo che amo davvero che sono
stata.
Con l'uomo che mi passava l'acqua prima che la chiedessi, che
stava al telefono con me finche` non mi sentiva sorridere, che
faceva quattrocento chilometri solo per passare con me la notte.
Il mio attuale compagno deve temere solo un uomo, solo di lui
essere geloso: dell'uomo che era.
Si`, lo so, non si puo` amare un fantasma.
Devo ricominciare a vivere davvero, non come se tutto cio` che
mi rimane di questa storia fosse un album di cartoline e foto
ormai sbiadite.
Le persone non cambiano cosi` tanto.
Si dice che le donne scelgano uomini che le soddisfano a meta`,
pensando di poter poi cambiare il resto secondo i loro desideri.
Io no, io avevo un uomo da amare tutto intero.
Non e` possibile che di lui mi sia rimasta meno della meta`.
Dieci
- Ama il prossimo tuo
Ancora una notte
pressoche` insonne.
Ultimamente dormire per me sta diventando un lusso.
Ed e` strano, perche` di solito quando sto male dormo tantissimo:
e` il modo che ha il mio fisico di evitare i problemi, o forse
di ripristinare le energie per affrontarli.
Insomma, alla fine stamattina non ho sentito la sveglia, o
meglio, devo averla sentita, ma il mio cervello ha registrato
il fatto come se stessi sognando di cantare la canzone che
davano alla radio.
Risultato: mi sono vestita in modo poco adeguato all'occasione
e al clima, ho messo in borsa cose del tutto inutili e lasciato
a casa quelle indispensabili.
Last but not least, non sono riuscita a svegliarmi con calma
per cui ora sono un condensato di affabilita` e socievolezza.
Siamo partiti da poco e a parte "buongiorno" e "ho fame" non
ho detto altro, devo essere la compagnia ideale per un viaggio.
Un traffico inusuale e inatteso per essere un qualsiasi week
end di Febbraio ha completato l'opera facendomi innervosire:
a quel punto per me uscire dal mutismo era impossibile a meno
di non lasciarmi macerare tutta tranquilla nella mia incazzatura.
Come se non bastasse sono stata assalita da una crisi di tristezza
immotivata, di quelle che ti stringono alla gola e senti che
non vorresti far altro che urlare e piangere, ma non sai perche`
e non sai cosa. Non credo sia, come molti maschietti tendono
a liquidare la cosa, un caso di paturnie da sindrome premestruale,
semplicemente ci sono dei momenti in cui vorrei piangere come
se avessi un dolore grandissimo da sfogare, come se dovessi
tirar fuori tutta la sofferenza che ho dentro, solo che non
so di cosa si tratta.
L'unico modo a questo punto per tirarmi fuori da questo stato
d'animo e` un vigile e attento silenzio.
Questa volta ha fatto la cosa giusta.
Mi ha lasciata in pace e, nelle rare occasioni di interazione,
e` stato gentile, non si e` spazientito.
Questo mi ha permesso di uscire dal mio limbo "tuttoilmondomiodia".
Ora sono tranquilla.
Ora gli dico "Grazie".
Mi guarda stupito e anche un po` divertito, chiedendomi perche`,
ma lo sa gia` il perche`, e` uno di quei perche` che si dicono
quando si ha bisogno della propria dose di parole per credere
a quello che sta succedendo.
Quel "grazie" ha dato la stura al torrente delle cose non
dette o troppo urlate.
Cosi`, naturalmente, senza un attimo di esitazione e senza
che le spiegazioni siano necessarie come opera riparatrice
di un litigio, gli racconto il perche` del mio vomitare acido,
gli parlo di cosa mi manca e di cosa mi infastidisce.
Ho preso i miei sentimenti e li ho rovesciati sul tavolo,
come si fa con le tasche dei pantaloni, e ora li sto mettendo
in ordine: chiavi da una parte, monetine dall'altra.
E mentre ne parlo tutto e` piu` chiaro, forse anche piu` onesto,
soprattutto ai miei occhi.
Ho smesso di cercare di dimostrarmi che io non ho colpe in
questa storia, che se va male non dipende da me.
Ho messo da parte i filtri e sto parlando a lui come se stessi
scrivendo per me stessa.
Lui mi risponde allo stesso modo, parlandomi delle sue difficolta`
e provando a capire meglio le mie, avanzando ipotesi.
Questa volta cercando di fare in modo che le parole servano
davvero a sentirsi piu` vicini, senza trincerarsi dietro "sono
fatto cosi`" o "non lo so perche` mi succede".
Mi racconta della sua stanchezza, del fatto che e` piu` facile
rimanere chiuso nel suo mondo che cercare di gestire una vita
con le sue relazioni complicate, gli ricordo che da quel mondo
forse lui non e` mai uscito, ma almeno una volta lasciava
entrare me.
Stiamo cercando di essere completamente onesti, soprattutto
con noi stessi, anche a costo di essere duri, anche con noi
stessi.
E mentre parliamo io mi commuovo.
Mi commuovo per come e cosa eravamo, per quello che siamo
ancora, per quello che avremmo potuto essere e per quello
che forse saremo.
Mi commuovo come non mi succedeva da un tempo che non ricordo
oppure ho rimosso.
Ma e` una commozione che non mi fa cedere: gli parlo della
mia disillusione, con gli occhi lucidi e la voce che trema,
gli spiego che non so se credere ad un altro tentativo, che
non e` una questione di scarsa fiducia in lui, ma semplicemente
la consapevolezza che siamo troppo provati e demotivati per
non chiedersi se abbiamo qualche straccio di probabilita`;
che forse quello che ci tiene insieme e` solo la paura di
ricominciare, di rivivere le stesse cose pero` senza cerimoniali
tranquillizzanti; che e` umano e normale chiedersi se non
si tratterebbe solo di una ennesima tregua, uno dei tanti
periodi di calma apparente che attende solo di sfociare nell'ennesima
crisi.
Rallenta, accosta, ferma la macchina e posa la testa sulla
mia spalla.
Rimane cosi` per un tempo che non so misurare.
Poi mi guarda e mi chiede: "Riusciremo mai essere felici insieme?".
Gli sorrido e gli rispondo: "Lo siamo gia` stati".