Il copione

Un piede davanti all'altro.
Un passo alla volta.
Supermercatofornoedicolaufficio, la via crucis di ogni mattina.
Dopo tutto non e' cosi' difficile: basta prendere atto e non chiedersi perche'.
Se comincia la teoria dei perche' e' finita.
E poi non ho piu' l'eta' dei perche'.
Ho l'eta' dell'accettazione, della tolleranza, della sopportazione, della comprensione.
Non ho piu' neanche il lusso della delusione: alla mia eta' hai gia' metabolizzato il fatto che ci si puo' aspettare di tutto dalle
persone.
Ed e' proprio cosi', senza piu' aspettative o illusioni, che tutte le mattine apro gli occhi su un'altra giornata dolorosamente
uguale a tutte le altre.

Tranne questa mattina.
Questa mattina mi e' stato graziosamente concesso di dimenticare il copione e recitare a soggetto.
Come al solito (ricordate il copione?) mi sono svegliata prestissimo, appena prima dell'alba; e' una cosa a cui non mi sono ancora abituata, io che la mattina avrei dormito ad oltranza, ora spalanco gli occhi e non riesco a stare a letto oltre le sei di mattina.
Bruno no. Bruno ha conservato i vizi di gioventu' e dorme finche' non sono io a svegliarlo.
Come al solito.
Cosi', anche questa mattina, ho messo su il caffe', ho lavato i piatti della cena di ieri, ho rimesso a posto la sala da pranzo devastata dal tornado Giulia (la mia intelligentissima e, in quanto tale, perniciosissima nipotina quinquenne), ho messo ad asciugare i panni della lavatrice lasciata andare tutta la notte (retaggio della vita da single, allora - oddio, quanto tempo fa! - non avevo il tempo di farla andare di giorno), ho versato il caffe' in due tazze e le ho portate in camera da letto.
Ho posato le tazze sul comodino, mi sono seduta sul bordo del letto e ho cominciato a dispensare la dose di coccole mattutine necessarie a Bruno per raggiungere il primo livello di coscienza.
Ultimamente mi sono chiesta spesso quanta parte di questa tenerezza appartenga al succitato copione e sia diventata ormai abitudine, consuetudine sfilacciata e avvinghiata malamente ai nostri giorni fatti di gesti uguali, e quanta parte sia invece distillato ancora puro e cristallino dei sentimenti che ci hanno portati sin qui, sulla sponda di questo letto.
Forse in un angolino recondito della mente me lo sono chiesto anche questa mattina, quando le mie dita hanno ritrovato la loro dimensione familiare nella trama della pelle di mio marito.
Ma non era il pensiero principale.

Stamattina, come non succedeva da tempo, ho cominciato a guardarlo davvero.
Ha quasi 60 anni oramai, ma non li dimostra: la sua pelle, come testimoniano i miei polpastrelli, ha conservato una grana fine e tesa, come la buccia di certi frutti cresciuti in serra, gia' maturi ma ancora turgidi.
Gli occhi, adesso chiusi, con le lunghe ciglia che accarezzano le guance, ancora vispi e attenti, come quelli dei bambini, occhi che la vita ancora riesce a sorprendere.
Sono scesa con le mani sui glutei, cosa che gli e' sempre piaciuta tantissimo, e gli occhi hanno seguito il percorso: ha sempre avuto un culo fantastico!
Chissa' se una nonna puo' dire certe cose...
A questo punto del copione Bruno si sveglia e mi sorride.
Questa mattina non mi ha delusa, ma io stavo gia' cominciando a strappare i fogli.
"Ciao, amore mio!" ha sussurrato, con l'inconfondibile tono a meta' tra l'entusiasta e l'impastato.
Non gli ho sorriso come al solito, ne' ho abbozzato un ciao con la mano come al solito.
Seria, serissima, mi sono alzata dal letto e ho sfilato la camicia da notte.
Mi ha guardato divertito.
Poi lo sguardo e' passato attraverso la sorpresa per posarsi con ammirazione sul mio corpo, appesantito dagli anni, ma
ancora tonico e fresco.
Non si e' mosso e il suo sguardo ha virato di nuovo verso lo stupore.
Il mio gesto non solo non assomigliava a nulla di tutto quello a cui si era abituato negli ultimi anni, ma era assolutamente pazzesco per una come me, che si era sempre rifiutata di indulgere a qualsiasi cosa avesse un, seppur vago, sentore di sesso prima di pranzo.
Siamo stati li' per un po', lui a cercar di capire e io a divertirmi con le sfumature del suo sguardo sempre piu' incredulo e perplesso.
Gli ho preso una mano, ho baciato il palmo e me la sono portata su un seno.
Da quel momento non piu' sguardi ne' parole hanno potuto intorpidire le acque limpide di un mare gia' solcato e le cui correnti ormai non hanno piu' segreti per noi.
La nostra nave ha visto il faro, ha riconosciuto la rotta.
L'approdo ci ha sorpresi sudati, felici e ansanti come non ci succedeva da tempo immemore.
Bruno si e' alzato, ha fatto un altro caffe', ha preso il telefono e ha chiamato il mio ufficio: 'Pronto, Sara? Ciao, sono Bruno Lancetti, il marito di Lia, volevo dirvi che oggi non viene in ufficio. No, no, niente di grave, e' solo un po' indisposta, sai, cose di voi donne'.
E' tornato a letto e mi ha baciata.

E io ho dimenticato la via crucis di domani mattina e l'imbarazzo che provero', nel dover spiegare come mai mio marito abbia giustificato la mia assenza dal lavoro con un ciclo mestruale che, verosimilmente, non ho piu' da almeno 10 anni.
Ed ho ricordato perche', nonostante il copione e la sua insostenibile pesantezza a volte, la mattina mi sveglio e dispenso ancora la sua dose di coccole quotidiana a quest'uomo.